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Il consumo di suolo avanza, minacciando le aree a rischio sismico, idraulico o di frana

Il consumo di suolo avanza, minacciando le aree a rischio sismico, idraulico o di frana

Pianificazione enti territoriali, supremazia interesse collettivo e non singolo privato. Questi devono essere i principi dai quali muovere verso un futuro in cui il consumo di suolo venga finalmente fermato. Questo è ciò che chiede il nostro territorio, il nostro Pianeta. Questa l’indicazione che emerge dai dati appena presentati da Ispra all’interno del Rapporto Annuale sul Consumo di Suolo. La relazione ha evidenziato come, nonostante la crisi del settore edilizio, in Italia, il consumo di suolo avanzi al ritmo di tre metri al secondo. Nel nostro Paese il 7,6% del territorio è cementificato. Si tratta di circa 23mila chilometri quadrati, in pratica come Campania Molise e Liguria messi assieme. Il doppio che nel resto d’Europa. Un trend che, seppur rallentando, continua a crescere. Da novembre 2015 a maggio 2016, sono stati sacrificati al cemento 30 ettari di territorio al giorno.

LEGGI IL RAPPORTO ISPRA

Il caldo di questi giorni e la conseguente siccità sono campanelli d’allarme fin troppo chiari. L’attenzione che rivolgiamo oggi al consumo di suolo alla salute e alla qualità della vita, saranno tematiche al centro dell’attenzione nei prossimi anni. Saperci muovere con adeguato anticipo non può che darci un vantaggio, in termini di tutela per il territorio. Dobbiamo spingere l’economia verso la riqualificazione energetica, verso il recupero e la rigenerazione delle aree dismesse e abbandonate. Questo è quanto sta proponendo in questi giorni il Movimento Cinque Stelle ai cittadini, i quali, proprio in queste ore, stanno discutendo le proposte del Programma Ambiente, all’interno della piattaforma Rousseau.

All’interno dei dati contenuti all’interno del rapporto Ispra, a destare maggior preoccupazione è come in Italia spesso e volentieri si sia costruito senza alcuna pianificazione e senza alcun ritegno per le esigenze del territorio. E’ preoccupante notare come la cementificazione sia arrivata ad intaccare anche quelle che dovrebbero essere aree protette. Senza alcuna logica si è andati ad edificare aree del Paese considerate ad altro rischio sismico, idraulico o di frana. Questo significa che sappiamo di aver costruito in zone dove non avremmo dovuto, perciò abbiamo il dovere di intervenire prima della prossima tragedia. In questo senso il ruolo di questo Rapporto è fondamentale: sia al fine di informare la popolazione, sia per rendere palese la situazione agli occhi degli enti pubblici chiamati a vigilare. Ripeto, abbiamo il dovere di agire per prevenire, non di mostrarci basiti a tragedia avvenuta. Per rendere l’idea la speculazione edilizia e la cementificazione non si sono fermate davanti alle zone a rischio sismico (oltre il 7% di suolo consumato nelle aree a pericolosità alta e quasi il 5% in quelle a pericolosità molto alta), a rischio idraulico e di frana ( l’11 e l’11,8% del suolo artificiale nazionale) e le aree protette dei parchi naturali, con un aumento di 48 ettari consumati al loro interno fra il 2015 e il 2016.

L’ultimo aspetto di grande rilevanza riguarda i costi. Finalmente abbiamo strumenti attraverso i quali valutare con esattezza i costi dei servizi ecosistemici persi. Oggi siamo in grado di stimare con precisione il prezzo che la collettività deve pagare per l’ennesima speculazione edilizia. In altre parole, quando andremo a valutare l’impatto del nuovo centro commerciale, potremmo farlo non solo in termini ambientali, ma anche in termini economici, valutando con esattezza il costo di quei servizi ecosistemici (funzioni perse dal suolo edificato. Funzioni come sequestro CO2, impollinazione, drenaggio delle acque) sacrificati per sempre alla cementificazione selvaggia. Un’innovazione importante al fine di rendere i cittadini sempre più coinvolti, all’interno delle scelte legate al proprio territorio.

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