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Perché il M5S vota NO alle quote rosa

Perché il M5S vota NO alle quote rosa

Da questa mattina le quote rose all’interno dei consigli regionali sono una legge dello Stato. L’Aula, con voto contrario del Movimento Cinque Stelle, ha infatti approvato la modifica all’articolo 4 della legge 2 luglio 2004, n. 165, recante disposizioni volte a garantire l’equilibrio nella rappresentanza tra donne e uomini nei consigli regionali.

Cosa cambia? In sintesi la legge prevede che dalle dalle prossime elezioni regionali, l’introduzione delle così dette quote rosa, garantisca, all’interno di una lista di candidati, che un genere possa superare l’altro nella rappresentanza, per una quota massima del 60%, secondo la stessa logica garantita all’interno dell’Italicum.

Chiarito come il Movimento sia concorde con il fatto che all’interno dei Consigli regionali vi sia una rilevante sproporzione in termini di rappresentanza (una quota che si attesta attorno al 18%) e che reputiamo fondamentale la rappresentanza femminile all’interno delle istituzioni, abbiamo votato no a questa legge, perché a nostro parere, pur essendo corretta la sostanza, sono i presupposti ad essere errati.

Perché no? Ecco i motivi ai nostri no, elencati dalla portavoce Maria Spadoni:

spadoni

NO alle quote rosa perché non sono un soggetto debole e da difendere.

NO perché si ritorna indietro di un secolo, quando la donna veniva mostrata come una minoranza sociale per la quale si devono garantire tutele particolari.

NO perché non è con il contentino del 60 e 40 che si sconfiggerà il maschilismo nel Paese. NO perché le quote rosa non annulleranno il fatto che viviamo in un Paese maschilista e questo lo si vede dalla pubblicità, dall’immagine della donna genuflessa, chinata, seminuda, ammiccante e sempre disponibile. Dovremmo partire da lì, dall’immagine che vedono i nostri figli sui pannelli pubblicitari, in televisione. Però, quel settore non si può toccare, perché si sa che il business è business.

NO perché dovremmo tutelare una donna non nell’assicurarsi un seggio, ma nell’avere protezione quando viene violata, maltrattata, uccisa, infibulata, quando manca il rispetto e la violenza occupa ogni spazio domestico di troppe famiglie. Bisogna partire dal silenzio dei media, occupati a parlarne quando c’è da approvare un piano antiviolenza vuoto che non viene portato avanti perché manca un ministro, si dimette la consigliera, manca la volontà politica proprio nella legislatura che ha visto la più alta percentuale di donne nel Parlamento italiano.

NO perché l’articolo 37 della Costituzione dice che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore, e dovremmo partire da qui. Perché la parità di retribuzione è ancora lontana.

NO perché, anche se non ufficialmente, le quote rosa già esistono e si basano sul fatto che a compilare le liste sono degli uomini. Sono quote che dovrebbero offendere le donne perché imperniate di bon ton di facciata, costruite su un’immagine ornamentale della donna.

NO perché la meritocrazia in questo caso si azzera e per buona consuetudine, per dimostrare quanto si sia politically correct, troppe volte si privilegiano l’affabilità, la beltà, l’accondiscendenza.

NO perché pretendo la meritocrazia in un Paese così poco meritocratico e accetto che se un uomo è più in gamba di me ha diritto di prendere il mio posto.

NO perché le quote rosa, invece di affermare la parità delle donne, ne sanciscono l’inferiorità, considerando le donne una specie da proteggere.

NO perché pretendo di poter esercitare la politica senza dovermi annullare come donna e questo è un passaggio culturale che può essere fatto, solo se gli uomini finalmente capiranno che noi non possiamo più essere i soli angeli del focolaio ma che anche loro devono prendersi cura della famiglia.

NO perché prima di un seggio dobbiamo dare la possibilità alle donne di poter fare politica nei fatti, cambiando la mentalità, offrendo servizi, mettendo nella condizione di poter essere soggetti attivi nella vita politica. Questo bisogna dare alle donne, non un seggio, perché nella vita reale in Italia sono sempre le donne a rimanere a casa per motivi legati alla famiglia. Nella vita reale in Italia più della metà dell’interruzione di lavoro avviene dopo la gravidanza; nella vita reale in Italia una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza; nella vita reale l’Italia si classifica fra i Paesi dell’UE con la minore uguaglianza di genere; nella vita reale in Italia la carenza di servizi per l’infanzia e soprattutto per gli anziani rende impossibile conciliare la vita professionale e quella familiare. In Italia i tassi di disoccupazione femminile sono più elevati rispetto a quelli maschili, le donne incontrano difficoltà nell’avanzamento di carriera e sono sovrarappresentate nei posti di lavoro atipici e precari. Nella vita reale in Italia a 800 mila madri è stato chiesto, nel corso della loro vita lavorativa, di accettare le dimissioni in bianco. Nella vita reale in Italia si è fatta una legge per evitare questo scempio e questa stessa legge è stata abrogata, pochi mesi dopo, con il neo eletto Governo Berlusconi; è stata proposta di nuovo e adesso è insabbiata di nuovo al Senato. Concludo con le parole di Lea Melandri, presidente dell’Associazione per la libera università delle donne e voce storica del movimento femminista: «col politicamente corretto non si cambia niente. Questo dibattito ignora mezzo secolo di battaglie e riflessioni, perché parte, ancora una volta, dall’idea della donna come di una minoranza da difendere e rappresentare. Io voglio e sostengo la necessità di una presenza femminile più consistente nelle istituzioni. NON è con le bandierine del 50-50 che la otterremmo. Non è così che verrà scalfito il maschilismo del paese.

 

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